” MORTE TRA LE STELLE”,
una raccolta di racconti dedicata al lato oscuro dei Segni dello Zodiaco…
Si può trattenere il mercurio tra le dita? No, non si può!
Il mercurio sfugge, guizza, s’addensa e si divide, si amalgama e si disintegra in mille piccole sfere d’argento, trotterellanti e inafferrabili.
No, decisamente non si può trattenerlo!
Non ci riuscì neppure Jamail, che pure sapeva trattenere tutto con le sue mani forti, allenate e precise.
Jamal era nato nel circo: si può dire sul trapezio, perché i suoi genitori erano trapezisti e lui, sin da piccolissimo, era stato messo sul seggiolino a dondolare e a volteggiare per imparare a prendere confidenza con quello che era destinato a diventare il suo strumento professionale e artistico, quasi l’unico scopo della sua vita.
Anni e anni di esercizio, di duro lavoro, di allenamenti costanti, lo avevano reso forte e determinato, sicuro e coraggioso nei suoi numeri che nel tempo si erano arricchiti di fantasia, di prodezze e rischi sempre maggiori.
D’altronde è questo che vuole il pubblico di un circo: rimanere con il fiato sospeso, a bocca aperta di fronte all’impossibile. Ciò lo si può ottenere solo con lo sprezzo per il pericolo, con il superamento di se stessi, con la sfida continua, con l’inventiva, con la spettacolarità e l’originalità dei numeri.
E a questo tendeva e si dedicava Jamail con tutto se stesso cercando di dare sempre il meglio e concentrandosi per mantenere lucida e precisa la sua mente nel calcolo perfetto dei tempi di stacco e di presa e rafforzando la sua volontà per riuscire a conservare il sangue freddo.
Sono solo frazioni di secondo che permettono la riuscita o meno di un esercizio, l’aggancio preciso con il partner, l’armonia di un salto doppio o una giravolta della morte, frazioni di secondo in cui freddezza e controllo di se stessi sono le uniche cose che contano.
Lo sapeva bene Jamail, come lo sanno bene tutti i trapezisti e gli artisti di ogni circo, e lo sapeva anche Jamie.
Jamie era la sua partner. Insieme formavano la coppia degli “ASTRI VOLANTI” e sul loro numero il circo faceva ormai grande affidamento perché stupiva più dei numeri con gli animali e catturava immancabilmente l’attenzione del pubblico, che diventava muto, come ipnotizzato, quando, a faccia in su e con il batticuore, ammirava le acrobazie e la difficoltà, il rischio e l’abilità, l’armonia e la grazia con cui veniva svolto.
Anche Jamie era nata nel circo, e se nasci in un circo non hai di solito molte alternative, non ti puoi concedere facilmente altre aspettative credibili, oltre al lavoro nel circo, perché tutto il tuo mondo (gli amici, gli interessi, le passioni) sembra essere delimitato da quella pista e da quel tendone: confini, seppur non statici ma itineranti, comunque angusti e soffocanti.
Jamie, i cui genitori erano ottimi cavallerizzi, si era dedicata al trapezio perché, tra le specialità che il circo le offriva, era quella senz’altro più congeniale alla sua natura.
Anima irrequieta, non poteva stare ferma per più di cinque minuti nello stesso posto; aveva bisogno di muoversi, di essere libera come l’aria, di librare con il corpo e con la mente. Il volteggiare e il piroettare nel vuoto tra un trapezio e l’altro, era l’unica alternativa, l’unico aggancio che potesse trattenerla nel circo, che altrimenti avrebbe lasciato.
La sua indole, infatti, la spingeva ad ampliare le sue conoscenze, a viaggiare liberamente, senza itinerari prefissati.
La sua curiosità era insaziabile e chiaramente si sentiva stretta e costretta nel
piccolo mondo delimitato dal tendone: mobile, magico piccolo mondo claustrofobico.
Era proprio il fantasticare, la mobilità continua del suo corpo e del suo spirito, sempre giovane e scattante, un po’ infantile, nel senso buono del termine, ingenua e un po’ monella, che le rendeva paradossalmente possibile sopportare di rimanere ferma così a lungo in quella situazione e fedele a Jamail. Lui le dava sicurezza, lui era concreto. Lui risolveva tutti i problemi che si presentavano per la realizzazione dello spettacolo, lui aveva “i piedi per terra” nonostante stesse sempre sospeso a testa in giù a provare e inventare nuovi numeri.
In questo senso lei gli era fedele: faceva riferimento a lui, sapeva che lui non l’avrebbe tradita mai.
Jamie, con tutti i suoi interessi e le sue curiosità, era sempre con la testa fra le nuvole a rincorrere qualcosa di nuovo, di misterioso e affascinante e diverso.
Non c’era campo o nozione che non la interessasse e dentro di lei teneva sempre pronta la sua uscita di sicurezza, perché quando guardava in fondo al tendone vedeva sempre uno spiraglio aperto, un’uscita, una scappatoia.
Questo stava a significare che non era prigioniera di quel mondo in cui si era ritrovata per forza di cose.
Significava che la porta era aperta e che se ne sarebbe potuta andare quando l’avesse davvero voluto. Stava sì dentro una gabbia dorata e luccicante, ma era libera, perché null’altro che la sua volontà la tratteneva lì.
Questo le rendeva sopportabile la sua vita così limitata e ristretta e nello stesso tempo impegnativa e dura come può esserlo quella di una trapezista.
Anche lei, per ore e ore, ogni giorno, stava al trapezio e dondolava e si esercitava, e contava il tempo e gli stacchi con precisione matematica.
È la dura legge del trapezio: non ci si può permettere di sbagliare, ci vuole capacità di concentrazione e freddezza.
Avendole coltivate sin da bambina, ciò non le richiedeva più un grande sforzo. La sua intelligenza vivace e veloce le permetteva di fantasticare e divagare anche dal punto più alto del tendone.
Guardava il pubblico, guardava Jamail, contava il tempo, pensava a tutte le meraviglie che l’attendevano fuori dal circo, e si lanciava e piroettava, faceva il doppio salto della morte e riagganciava con precisione millimetrica le mani forti di Jamail, pensando che un giorno o l’altro se ne sarebbe finalmente andata in giro per il mondo, varcando semplicemente, senza rimpianti e per sempre, la porta del tendone, costantemente aperta lì davanti a lei.
Perciò sera dopo sera, spettacolo dopo spettacolo, anno dopo anno, rimaneva lì, anche se la monotonia era diventata insopportabile.
Le variazioni, le maggiori difficoltà, le sfide che Jamail aveva studiato e aggiunto ai vari numeri avevano pian piano anch’esse perso di interesse trasformandosi in monotonia e routine.
Jamail era ossessionato dalla perfezione, dall’eleganza, dall’armonia, dall’estetica dei numeri. Tutto il suo essere e la sua volontà, le sue aspettative, la sua gratificazione, tutta la sua vita, erano vòlte a quei pochi minuti di spettacolo in cui si concentrava e dava tutto se stesso. E la gratificazione che traeva dagli applausi del pubblico, dalla loro emozione, dal loro stare con il fiato sospeso a testa in su, lo ricompensava e lo soddisfaceva del tutto, rendendolo felice e fiero dopo ogni spettacolo e ridandogli la carica e lo sprono per quello successivo.
Jamail non aveva mai pensato di lasciare il circo.
Era un’idea che non gli era mai neanche lontanamente passata per la testa. Per lui il circo rappresentava tutto: la famiglia, la casa, il lavoro, lo scopo della sua vita. Rappresentava anche il suo futuro, e Jamie faceva parte di quel futuro. D’altronde già formavano una coppia da molti anni! C’era anche del sentimento tra loro, e c’era
del sesso, di tanto in tanto. Tutto ciò gli aveva lasciato credere che anche Jamie lo vedesse nel suo futuro. Certo, lei non era granché espansiva, di quelle che ti si buttano tra le braccia con il cuore in mano e gli occhi lucidi, ma lui non chiedeva altro che una compagna fedele e precisa che non lo lasciasse mai.
E Jamie era precisa e leggera. Non gli aveva mai dato dei problemi e del resto lui era comunque troppo preso dalle cose materiali e contingenti per intravedere, o solo immaginare, l’inquietudine e la carica prorompente che si agitavano nella sua compagna.
La vedeva elegante, vivace, sorridente, lanciarsi dall’alto del pennone, senza paura, senza remore, per raggiungere le sue mani e pensava, o forse neanche lo pensava perché lo dava per scontato, che quella fosse la sua mèta e la sua felicità.
Scambiava il luccichio negli occhi di Jamie per felicità, per orgoglio e gratificazione, perché così si sentiva lui e non si era mai spinto oltre o addentrato in quel luccichio; non si era mai reso conto che Jamie attingeva la sua luce intensa e brillante e contagiosa da altre fonti, da altri orizzonti, da altre emozioni, per lui sconosciute e incondivisibili: dall’immaginazione, dalla fantasia, dalla libertà infinita.
* .* . * .*
Quando Jamail lo capì era ormai troppo tardi.
Il mercurio non si può trattenere con le mani!
E questo era Jamie: mercurio puro, immobile e controllabile solo se tenuto chiuso in un contenitore, altrimenti mobile e inafferrabile.
*. *. * . *
Quando Jamie comprese che Jamail la voleva per sé, per il circo, per il trapezio, per tutta la vita, per tutto il suo tempo, per tutti i suoi spazi mentali e fisici, si sentì soffocare e infranse l’involucro, il contenitore dove suo malgrado era nata “rinchiusa”.
Non poteva rimanere inerme a guardare mentre la gabbia dorata e luccicante, da cui aveva creduto di poter uscire a suo piacimento, si chiudeva ermeticamente intorno
a lei. Non poteva accontentarsi dei limiti del tendone quali confini per la sua fantasia, né accettare l’altezza del pennone quale slancio supremo dei suoi voli pindarici. Non poteva esemplificare la sua vita ad uno spettacolo e catalizzare ogni sua aspirazione e gratificazione alle mani di Jamail, all’aggancio preciso e forte di Jamail, alla ossessione e alla limitazione perfezionistica di Jamail, quando ogni suo muscolo, ogni pensiero, ogni respiro, ogni battito dentro di lei tendevano a fuggire, a scappare via, più in alto e comunque lontano da lì.
Voleva essere libera ed era giunto il momento della decisione, dell’azione.
Era giunto il momento di crescere, di scegliere tra la sua mobilità e la sua immobilità, scelta che per la prima volta toccava a lei in prima persona e non a Jamail.
Jamail, nonostante il suo continuo volteggiare, era la persona più immobile e con i piedi per terra che avesse mai conosciuto. Per lui l’aria del circo era quella necessaria e sufficiente alla vita. Le sue radici richiedevano solo la superficie di una pista e l’altezza di un pennone, oltre all’attenzione e alla meraviglia di un pubblico, naturalmente!
Lui l’avrebbe soffocata, avrebbe sotterrato in quella pista, oltre che le sue radici, anche le sue ali, la sua fantasia, la sua libertà e questo Jamie non lo avrebbe permesso a nessuno, neanche per amore.
* . * . * . *
Jamail glielo lesse chiaro negli occhi mentre stupito, incredulo e poi disperatamente cosciente, precipitava mortalmente al centro della pista sotto i riflettori e la musica bruscamente interrotta della banda, tra gli sguardi attoniti del pubblico rimasto senza fiato dinnanzi alla sua ultima prodezza.
Nell’ultimo numero Jamail effettuava un passaggio da un seggiolino dall’uno
all’altro dei trapezi, intersecandosi con Jamie in un tocco di scambio: un passaggio semplice e secondario, da farsi ad occhi chiusi per la sua facilità. L’unico, però, in cui Jamail per una frazione di secondo dipendeva dall’aggancio con Jamie.
In quell’aggancio Jamie, ormai liberatasi dal suo contenitore, rivelò la sua più intima natura trasformandosi in mercurio inafferrabile, sfuggente alla presa di Jamail che, incredulo, si aggrappò al nulla e alle parole silenziose e terribili che lesse nello sguardo luccicante e sorridente di lei: “Non mi puoi trattenere, io sono e sarò sempre libera”.