L’ editoriale del Direttore Daniela Piesco
Non basta un tatuaggio per fare di un uomo un criminale, eppure è bastato per strappare Kilner alla sua famiglia, gettandolo in un carcere salvadoregno senza possibilità di appello. La notizia, passata in sordina sui media italiani, è esplosa grazie a un’inchiesta del New York Times e ad articoli come quello di Viviana Mazza sul Corriere. Ma la verità è che di Kilner e di tanti altri come lui non importa a nessuno: chi parla di libertà e difesa dei confini spesso dimentica il primo principio della giustizia occidentale, l’habeas corpus.
Kilner, immigrato salvadoregno residente legalmente in Maryland, è stato espulso per errore, colpevole solo di portare sulla pelle un tatuaggio sospetto. Sposato con una cittadina americana e padre di un bambino di cinque anni, è stato scambiato per un membro di una gang e deportato verso un inferno senza vie d’uscita. La stessa amministrazione Trump ha poi ammesso l’errore: un semplice “errore amministrativo”, così lo hanno definito. Eppure nulla è stato fatto per correggere il danno. Anzi, dopo la deportazione non c’è stato più margine di intervento: la macchina della repressione non conosce retromarcia.
Ecco il vero pericolo: l’idea che la libertà possa essere sacrificata per un’idea di sicurezza assoluta. Donald Trump ha aperto la strada alla criminalizzazione dell’immigrazione, in nome di una presunta difesa della nazione che si è trasformata in una guerra cieca contro i più deboli. Una mentalità pericolosa, che non ha faticato ad attraversare l’oceano. Anche in Italia assistiamo a un allarmante irrigidimento sul tema dei confini, mentre i diritti umani rischiano di diventare accessori sacrificabili nel nome dell’ordine pubblico.
L’errore giudiziario non può tramutarsi in norma, né la sicurezza può ergersi a giustificazione per l’erosione sistematica dei diritti fondamentali. Il caso Kilner non è un incidente isolato, ma il sintomo di una deriva pericolosa: quella di un sistema che, in nome della lotta alla criminalità, sacrifica il principio cardine della presunzione di innocenza. Se accettiamo che un tatuaggio o un’appartenenza etnica diventino prove sufficienti per privare un individuo della libertà, avremo smantellato secoli di conquiste giuridiche in un sol colpo. La sfida non è solo riparare un torto, ma interrogare le fondamenta stesse di una società che pretende di definirsi democratica. Perché quando la macchina dello Stato commette un errore e rifiuta di correggerlo, non è più giustizia: è arbitrio. E contro l’arbitrio, l’unica risposta possibile è una vigilanza collettiva, costante e inflessibile.
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